29 Maggio 2020

MADAGASCAR di Akila Settima SCINTILLA: ONILAHY

24-09-2019 10:56 - Ricordi e racconti di viaggio
Il nostro penultimo giorno in terra malgascia abbiamo avuto una necessità improvvisa. Ci serviva una piroga a motore perché Rani non è venuto a prenderci con la sua come concordato. Arnaud, il bravo assistente tuttofare del Lalambaka Eco-Lodge, parla anche un po’ di italiano, è riuscito a trovare subito un’alternativa. Ha telefonato a Rambo e Luis e li ha fatti venire a prenderci proprio davanti al nostro bungalow.
Il ruggente motorino da 15 CV ha spinto la piroga rapidamente verso nord-ovest oltre alla barriera affrontando con decisione onde scomposte da un mare che si stava ingrossando. Il vento fresco con gli schizzi d’acqua salata che ci picchiettavano sul viso è durato poco più di un’ora, tempo sufficiente per farci desiderare il calore del sole che quel giorno aveva deciso di riscaldare solo la parte superiore delle nuvole . Sulla piroga non ci sono gavoni perciò ho messo lo zainetto della macchina fotografica nell’angolino di prua per ripararlo meglio dall’acqua e Emanuela me lo ha coperto con le due pagaie.
Arrivati in prossimità di quella parte della costa dove l’altipiano strapiomba sul mare ho notato che il blu delle acque stava sfumando verso lo smeraldo poi verso il verdone, al verde marcio, al verdegiallo, al giallo, al giallo scuro e al rossastro. Quante pennellate! Ho capito perché gli astronauti che da lassù vedono i grandi fiumi del Madagascar hanno l’impressione che il paese si stia dissanguando. Ci stavamo avvicinando alla foce del Onilahy, uno dei fiumi più grandi dell’isola. Un corso d’acqua di 525 km che attraversa savane e parchi e taglia la montagna di roccia e terra ferrosa con dei grandi canyons, così le acque che sfociano sul canale di Mozambico sono rossastre come quelle di quasi tutti gli altri fiumi del paese. L’immenso delta del fiume quasi secco in attesa delle piogge, spacca l’altipiano ed è largo un paio di kilometri e in questo periodo di maggio è suddiviso in tanti rigagnoli con pochi centimetri d’acqua fangosa.
Siamo sbarcati dalla piroga proprio su quella foce enorme e disabitata. In mare c’era qualche piroga e a riva c’erano solo dei ragazzini, gruppetti di 3/4 distanti una cinquantina di metri uno dall’altro, piegati indietro per tirare, col peso del proprio corpo, la cima della rete che avrebbe portato loro gamberetti e pesciolini per il fabbisogno familiare.
Per fortuna il sole era riuscito a dissolvere le nuvole e io ho ripreso subito spirito e baldanza. Ero partito col solo costumino da bagno e durante la navigazione mi ero infreddolito.
Emanuela si era fermata a fotografare i ragazzi impegnati a tirar le reti mentre io sono partito subito verso i puntini bianchi che vedevo lontano, controsole là in fondo all’interno del delta del fiume. Ho iniziato a guadare quei fiumiciattoli pitturati di marrone quasi rosso o giallo dal fondo melmoso e appiccicaticcio nel quale sprofondavo i piedi fino alla caviglia. Ansioso di arrivare, ho allungato il passo e improvvisamente il piede destro veniva tirato verso il basso … MAREMMA MAJALAAA ho pensato ma non sono riuscito a dirla tutta … l’urlo mi si strozzato in gola sulla terza emme ... MAREMM ... sono stato risucchiato lentamente da quella melma senza possibilità di opporre resistenza. La coscia destra era immersa fino a metà quando finalmente il piede si è fermato su qualcosa di solido. Attimi di terrore, quasi ammutolito, ho piegato il ginocchio e sono riuscito a mantenere tutto il peso del mio corpo sul piede sinistro che era rimasto sul bordo solido di quel buco e sono riuscito a restare così in l’equilibrio. Non so come ho fatto a non crollare a faccia avanti come un birillo ... mi sono controbilanciato con il paio di kili che avevo in mano: la mia Nikon D700 armata con un tele da 300 millimetri. E così ho capito molto bene cosa succede quando si viene inghiottiti dalle sabbie mobili. Infatti ero finito proprio su una buca con sabbia mobile che fortunatamente era profonda solo poco più di mezzo metro. Pochi passi più avanti Rambo stava camminando su meno di 5 centimetri d’acqua. Mi ha ricordato qualcuno che lo sapeva fare molto bene su acque profonde. Ha sentito il mio urlo strozzato, si è girato e vedendomi in quello stato si è messo a ridere, lui rideva e io sarei potuto scomparire completamente in quella buca e non se ne sarebbe nemmeno accorto, forse l’avrebbe capito vedendo il mio cappellino galleggiare sul fango. CAVRON di un Rambo non gli è nemmeno venuto in mente di venirmi ad aiutare. Forzando con tutto il peso sulla gamba sinistra e senza appoggiare le mani nel fango sono riuscito a sfilare lentamente la gamba destra da quella morsa calda e viscida e a tirarla su per fare un passo indietro. Quella melma cremosa mi è rimasta appiccicata fino all’inguine come fossi caduto in barattolo di Nutella ... la Nutella non mi è mai piaciuta, a colazione io preferisco la finocchiona, la soppressata, il ciauscolo con del pane tostato o pizza con la mortadella. Vecchi ricordi perché adesso faccio colazione con la frutta; sono diventato quasi vegetariano solo perché non trovo più le delizie di una volta, quindi meglio la frutta. La sabbia finissima come talco riempie le buche sul letto del fiume che diventano trappole che risucchiano dentro chiunque ci capiti sopra.
Ho visto che Emanuela era molto lontana e stava venendo verso di me. Ho fatto cenno a Rambo di tornare indietro perché non volevo che rischiasse di sprofondare in qualche buca. Quando l’ho raggiunta le ho raccontato quello che mi era capitato e del rischio che si corre camminando in quell’acquitrino e le ho detto che era meglio rinunciare ai puntini rosa.
Lei, per nulla spaventata, ha insistito con decisione di proseguire. Che donna! Sapeva che ci tenevo molto a vederli da vicino, eravamo venuti fin qui SOLO per quei puntini rosa e così con Rambo avanti e noi dietro, ci siamo incamminati di nuovo verso l’interno del grande Onilahy.
La mia metà inferiore era bicolore. Dopo un paio di guadi in acqua alta fino alla coscia ho ripreso le mie tinte. La Nikon era integra e salva senza nemmeno uno schizzo di “Nutella”.
Siamo ripartiti verso i puntini bianchi che stavano sospesi a mezzaria e finalmente, col teleobiettivo sono riuscito a distinguere i sottilissimi zeppetti rossi che toccavano terra, i trampoli sui quali si appoggiava un grande batuffolo d’ovatta rosato, fusiforme da cui si alzava un collo bianco lungo quanto i trampoli e infine, lassù, oltre 1 metro e mezzo, un becco giallo adunco più grande della testolina anch’essa bianca. Facevano dei movimenti flessuosi ed eleganti a passi lenti e misurati come delle top model che si muovevano sulle note dello Schiaccianoci di Tchaikovsky: erano i fenicotteri rosa. Loro non camminano, ondeggiano, centinaia di fusi legati da quel filo invisibile che è l’istinto di gruppo o forse qualcosa di più che li fa deambulare tutti insieme come un’opera d’arte che galleggia a tre quarti di metro da terra. Infatti da lontano non si vedono le gambe e il collo, si vedono solo i corpi ondeggiare tutti insieme, come un miraggio.
Ero emozionato come avessi visto una divinità celeste e quando sono arrivato a circa 50 metri da loro mi sono fermato perché si erano allarmati. Volevo avvicinarmi di più per fare qualche bel primo piano di fenicottero che avrebbe fatto rosicare Fabio Urtatelli, un mio amico Fotografo Vero. Eravamo tutti fermi come statue. Io, trattenendo il respiro ho fatto un passo avanti. Anche loro hanno fatto un passo avanti. Mi sono fermato e anche loro si sono fermati. Ho fatto due passi io e due passi anche loro. Ne ho fatti tre io e tre anche loro. Avevano un telemetro tarato sui 100 metri di distanza di sicurezza. Dopo alcuni minuti di “stop and go” mi sono accontentato di fare qualche foto da quella distanza e poi ho deciso di farli volare.
Già dimentico delle sabbie mobili mi sono messo a correre verso di loro e dopo qualche istante hanno iniziato a correre dalla parte opposta, hanno aperto le ali tutti insieme, contemporaneamente come fossero telecomandati. Un’onda unica si è sollevata e ha dipinto di rosa il cielo azzurro che ci lasciati ammutoliti, a bocca aperta, senza fiato. Mentre sto descrivendo la scena mi è tornata la pelle d’oca o di fenicottero, chissà! Dopo un breve volo hanno virato verso il mare e quell’unica ala è atterrata vicino alla spiaggia dove ci aspettava la piroga di Rambo. Il loro peso di poco superiore ai 2 kili e l’apertura alare di oltre un metro permette loro di decollare e atterrare anche in verticale, scendere e toccare terra ad ali spiegate come un parapendio o uno STOL.
Questa volta noi avevamo il sole alle spalle e loro erano illuminati dalla luce bassa e calda del pomeriggio, perfetta per ammirare tutta la bellezza di quei petali volanti. Per tornare verso la piroga ci siamo infangati nuovamente in quella crema bicolore, anzi tricolore, quasi rossa in superficie, marrone poco sotto e grigio limo alcuni centimetri sotto. Appena arrivati vicini allo stormo ho ripetuto il gioco precedente. Li ho fatti decollare tutti insieme e mi sono rimasti tatuati nelle pupille.
Ho scoperto molte curiosità interessanti sui fenicotteri e per questo condivido quello che ho saputo su di loro.
Questi uccelli che riescono a rimanere immobili per lunghe ore su un solo sottilissimo trampolo, hanno un’esperienza e saggezza ancestrale infatti sono presenti sul pianeta da molti milioni di anni, sono divisi in sette specie di cui sei sono relative ai territori frequentati e alle loro peculiarità. La settima specie è molto recente. E’ quella di plastica a forma di salvagente, di materassino da spiaggia molto amato dai bambini e che ha invaso i litorali di molti paesi.
La loro particolarissima morfologia e il loro comportamento hanno ispirato emozioni, leggende, fiabe e miti in tutto il mondo.
Pablo Neruda, il geniale scrittore e premio Nobel per la letteratura che tutti conosciamo con l’acronimo spagnolo “siamo circondati dalle acque”, è stato anche un un politico e un poeta che ha dedicato una bella poesia a questi uccelli: “Flamenco”. Alice gioca a croquet con i fenicotteri nel paese delle meraviglie. Nell’antico Egitto era considerato un animale sacro. Sembra abbia ispirato la leggenda dell’Araba Fenicia, simbolo della trasformazione invocata per risorgere dopo le sconfitte. Anche per gli gli Indù è un simbolo di transizione. Per i cinesi è il Tan Niao, il simbolo dell’immortalità. Il suo colore viene associato al quarto Chakra, quello del cuore, del sistema respiratorio e circolatorio e quindi energia vitale, forza, ottimismo ed empatia. Per i sardi che ricavavano strumenti a fiato dai loro trampoli, è simbolo di sfortuna in amore. Vive a contatto con l’acqua e quindi viene associato a tutte le interpretazioni esoteriche che questo elemento vitale può ispirare. Infatti è “l’uccello delle quattro sfere che circondano il nostro pianeta” ,aria, acqua, fuoco e terra cioè i quattro elementi presenti in tutte le cosmogonie. In alchimia è il simbolo della rubedo, la conversione finale. La sua immagine rosa con un cuoricino è frequente nei messaggi d’amore. Per i malgasci, trovare una penna di fenicottero è un segno di grande fortuna come da noi per chi trova un quadrifoglio. Ovviamente le storie su questo bizzarro stupendo e misterioso volatile non finiscono qui.
Il fenicottero è un uccello che ha sviluppato capacità di adattamento a condizioni di vita estreme che gli consentono di colonizzare ambienti ostili.
La maggior parte di loro vive in zone fangose, acquitrinose o nelle saline. Hanno il becco dotato di piastre filtranti e una lingua callosa che funziona da pompa per filtrare i microrganismi anche in acque con oltre il 35% di salinità cioè 10 volte superiore di quella oceanica. Quelli che vivono in prossimità di vulcani hanno dei trampoli fibrosi che permettono loro di camminare in acque con temperature vicine al grado di ebollizione.
Alcune specie sono stanziali, altre sono migratori, sono gregari, vivono in gruppi molto numerosi e sono molto longevi, superano i 50 anni. In Nuova Zelanda avevo sentito dire che il più vecchio di cui si hanno notizie morì a 83 anni.
Qualcuno potrà dire che non c’è bisogno di andare così lontano per vedere i flamingos. E’ vero, si può andare nella nostra meravigliosa Sardegna a vedere sa genti arrubia, il popolo rosso, come lo chiamano i sardi. Ci sono colonie di fenicotteri a Molentargius, nel cagliaritano, a Cabras, Oristano e altri stagni dove vivono tutto l’anno. Possono essere ammirati nella riserva naturale Oasi Faunistica di Vendicari o alle saline di Priolo nella stupenda Trinacria dove li conoscono come Nandu de li Finestri (Fernando alla finestra). Si trovano anche nelle Saline dei Monaci di Torre Colimena nel tarantino in Puglia. Si possono anche osservare in molte altre località delle regioni italiane dove ci sono le saline e stagni dove si rifocillano durante le migrazioni.
Alla fine dell’inverno o inizio della primavera si può avere la fortuna di vedere come danzano nel periodo del corteggiamento. Il rituale prevede che il maschio inizi a danzare davanti alla femmina scelta, lei lo osserva e se le piace inizia con lui uno scambio di carezze e passi di danza perfettamente sincronizzati come una brava coppia di ballerini di tango. Uno spettacolo meraviglioso. E se la freccia d’oro di Cupido arriva al cuore allora restano insieme per tutta la vita perché sono monogami come il 90 percento degli uccelli.
Devo dire che vederli ondeggiare su quell’acquitrino rosso e poi volteggiare in quel cielo indaco è stata un’emozione unica e veramente memorabile.
Tornati al nostro bungalow ci siamo fatti portare subito …. Segue SCINTILLA Ottava

Ultimo aggiornamento
12:28 27/05/2020
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