18 Novembre 2019

IL MADAGASCAR di Akila: NONA SCINTILLA - TSIMANAMPETSOTSE

05-11-2019 15:28 - Ricordi e racconti di viaggio
TSIMANAMPETSOTSE …. Ma che vuol dire?. Per me il malgascio è una lingua difficile. Parole lunghissime che vengono parzialmente mangiate e contratte da risultare incomprensibili e anche impronunciabili senza un ripetuto ascolto. Inoltre gli accenti e i dialetti cambiano da regione a regione. Di solito mi appassiono alla lingua dei paesi dove vado e la studio prima di partire ma col malgascio non l'ho fatto perché la nostra è stata una partenza un po' improvvisata. Tra l'altro pronunciano “a” invece di “o” e di “u” , “d” invece di “t” , dicono “g” invece di “s” ecc per cui anche la lettura risulta difficile. La nostra guida, un merina, etnia della capitale Antananarivo, inciampava sulle parole con prolungamenti delle vocali AAAAA …. UUUUU….EEEEEE ecc. e con inflessioni portoghesi e mi ha detto che sono inflessioni verbali comuni nella sua etnia. Mistero questo perché nella lingua ci sono influenze e origini sanscrite, swahili, bantu, arabe, inglesi, francesi e olandesi … non ho trovato tracce di portoghese.
Comunque quasi tutti i nomi propri delle persone hanno un significato per ricordare un evento legato ad un desiderio, ad un augurio come nel caso dei nomi dati ai neonati oppure ad una caratteristica peculiare del luogo nel caso delle località. Questa parola, TSIMANAMPETSOTSE si pronuncia SIMNOPSAZE, o qualcosa di simile e significa NON CI SONO DELFINI. Ci vuole veramente fantasia a dare questo nome ad un lago salato. Infatti in questo parco c'è un lago salato che localmente viene considerato un “piccolo mare” e per distinguerlo dagli altri bacini d'acqua di mare, dicono che non ci sono delfini. In realtà ci sono solo rare minuscole e microscopiche forme di vita nell'acqua la cui concentrazione salina supera il 30% e anche qui ci sono dei fenicotteri. Questo lago ha dato il nome Tsimanamptetsotse anche al Parco Nazionale nel quale si trova.
Con un nome così, potevamo non andare ???. Impossibile perderlo. Così pur avendo già visitato altri 4 parchi del centro e al nord ci siamo andati e non siamo rimasti delusi.
Marcel è venuto a prenderci al Lalandaka puntualmente, alle 07.30 con la sua Mitsubishi 3000. Stranamente eravamo già pronti ad aspettarlo. Stranamente perché ormai erano giorni che non mettevamo la sveglia per alzarci. Siamo partiti subito per il parco “senza delfini”. A quell'ora, col clima arido, il sole bruciava appena sorto e il percorso si è rivelato difficile appena usciti dalla porta, anche per fare quei 300 metri a piedi in salita dal nostro bungalow alla macchina parcheggiata in cima alla collina. Si camminava a fatica perché i piedi affondavano sulla sabbia finissima come farina.
Il fondo della pista non teneva, il fuoristrada sbandava continuamente e Marcel doveva tenere sempre la ridotta col motore su di giri evitando di rallentare o fermarsi senza motivo perché avrebbe rischiato di insabbiarsi.

Marcel riusciva ad accelerare un pò sui rettilinei correggendo le sbandate con controsterzate ma ad un certo punto, appena superata una curva ha dovuto inchiodare la macchina. Ci siamo trovati improvvisamente immersi in una nuvola, come una tromba d'aria di borotalco che si è alzata fino ad oscurare il sole. Quel fenomeno ci ha messo qualche minuto a diradarsi e da tanta polvere è spuntato lentamente ….. un fantasma ……. da quella nuvola, prima sono uscite due mani… poi le braccia e poi un viso tutto bianco infarinato,… infine, con i contorni sfumati … è apparso un ragazzo che tentava di rimettere in piedi il suo Kawasaki da motocross. Veniva dalla direzione opposta a velocità sostenuta perché quella è una pista con rarissimo traffico e nella frenata ha perso il controllo ed è caduto provocando quel turbine di bianco aumentato dalla nostra frenata. Per fortuna non si è fatto nulla ma la carenatura frontale della sua moto era divelta e il manubrio fuori asse. Ci siamo quasi scontrati frontalmente con l'unica moto di Anakao !!
Il paesaggio è desertico per qualche centinaio di kilometri. La vegetazione è molto rada e spinosa che può ospitare e nutrire i pochissimi esseri viventi che mangiano le piante con le spine.
…“ se le capre mangiano i fiori con le spine, che ci stanno a fare le spine?” chiese il Piccolo Principe di Saint-Exupery, preoccupato che gli mangiassero la rosa… ma non ebbe risposta, e divenne molto triste senza sapere che qui, gli zebù malgasci mangiano tutte le piante spinose perché hanno la lingua e il palato calloso come quello delle giraffe che qui non ci sono più e forse non sono mai arrivate.
Nelle zone aride la vegetazione si adatta all'ambiente sviluppando foglie aghiformi, persino l'erba è irsuta dura e pungente e ci si può camminare sopra solo con gli stivali. Così la vegetazione riduce il fabbisogno d'acqua e si difende dagli aggressori. Anche gli alberi ad alto fusto come il Samata, un'euphorbia piena di aculei duri e pericolosi e malgrado ciò è molto gradita agli zebù mangiano i rami bassi o quando la pianta è ancora un arbusto ad altezza utile per loro.

Sono molte anche le piante che producono spine pur vivendo in zone umide ma lo fanno solo a scopo di difesa passiva.
Alla biglietteria dell'ingresso del parco, abbiamo conosciuto Nicola (cell 0340358568) che parla un discreto italiano perchè ha studiato presso la scuola cattolica locale. Nicola si è proposto come guida del parco dopo alcune battute abbiamo capito che conosce molto bene tutto il territorio ed i suoi abitanti animali e vegetali. E' un giovanotto molto educato, ci ha spiegato che l'ingresso nei parchi è permesso solo con l'assistenza di una guida locale. Lo sapevamo già perché questa è una regola valida in tutto il paese. Il prezzo dei biglietti d'ingresso è unificato per tutti i parchi, 55 mila Arary (15 Euro) a persona e circa 100 mila (26 Euro) per la guida indipendentemente dal numero di visitatori. Questa è la tariffa per gli stranieri mentre i locali pagano un decimo di questa cifra. Abbiamo simpatizzato con Nicola e alla fine della visita ci ha fatto anche conoscere i suoi due bellissimi bimbi, Karena e Eduard.
All'ingresso del parco c'erano due grandi tende a zanzariera e all'interno c'erano due ragazze pallide, accovacciate su dei grandi cuscini colorati. Erano molto impegnate a smanettare su dei PC portatili. Hanno risposto al mio saluto con un gran sorriso e hanno interrotto volentieri il loro lavoro per una breve conversazione. Mi hanno spiegato che la zanzariera è indispensabile per ripararsi dagli sciami di mosche piccole e fastidiosissime che imperversano nel parco. Una fanciulla era statunitense e l'altra canadese e facevano parte di un progetto universitario di ricerca sulle mutazioni ambientali della flora e fauna del parco… hanno affermato che il riscaldamento globale sta provocando notevoli danni irreversibili anche qui.
Questa è la zona più arida dell'isola, piove meno di un mese all'anno, col 90 percento di vegetazione endemica, cespugliosa dove prevalgono alberi a fusto di media altezza e abbastanza radi. Ci sono gli alberi “sottosopra” dal nome arabo, i baobab (papà dai molti semi) che troneggiano su tutta la flora del parco. Tre baobab sono stati “battezzati” perché sono molto molto particolari. C'è il “Sorridente”, un baobab con una grande cicatrice che sembra una bocca con le labbra che sorridono, è alto solo una decina di metri e ha una circonferenza che supera i 13, ci vogliono più di 10 persone per abbracciarlo.


Poi ci sono gli “Innamorati”, due enormi baobab avvinghiati come due amanti in un irresistibile desiderio di voluttà. Infine c'è la “Nonna”, dicono che abbia oltre 3000 anni, avrebbe superato l'età di Salomone, è rugosa e leggermente curva sulla sua pancia rigonfia.



Come il lemure, anche il baobab è endemico del Madagascar ed è simbolo del paese. E' una pianta paragonabile allo zebù, al lama o al maiale, …infatti del baobab non si butta proprio nulla. Nelle zone meno aride il tronco può superare i 30 metri di altezza e può contenere oltre 100 tonnellate d'acqua.

Con la corteccia secca e olio di cocco ci fanno la pomata che le ragazze in cerca di marito si spalmano sul viso per mantenere la pelle chiara; il frutto è tutto commestibile, con la polpa, le foglie e i semi ci si fanno le zuppe mentre le foglie possono essere gustate fresche o secche e infine le radici sono medicinali.

Abbiamo incontrato una famigliola di cattacatta, una delle 92 specie di lemuri. Questa è la più rappresentativa del loro nome, gli spiriti della notte (dal latino). I lemuri sono animali notturni e i cattacatta hanno un bel musetto mascherato, con fronte e guance bianche, mentre i grandi occhi occhialuti e il cappellino sono neri, con una lunga coda ad anelli bianchi e neri e il resto del mantello grigio e beige. Questi sono di piccola taglia ma agilissimi come tutti i lemuri. In questa zona arida sono terricoli e meno timidi e timorosi degli altri e si lasciano avvicinare anche perché la bassa vegetazione non permette loro di salire molto in alto come quelli che vivono nelle foreste pluviali.

ANTAMBAHUACAAAAA …. ANTAMBAHUACAAAAA …. ANTAMBAHUACAAAAA …. Se il nome viene pronunciato per tre volte lentamente con voce profonda e solenne ….. LUI fa sentire la sua presenza.
l'Ombiasy , il capo tribù, è l'unico autorizzato ad invocarlo una volta all'anno per comunicare con LUI. L'Ombiasy organizza la cerimonia e gli offre una capra in sacrificio il cui sangue deve essere versato nel laghetto della sacra grotta Mitoho e la carne offerta ai membri del villaggio. Così lo Spirito Antambahuaca sarà soddisfatto e proteggerà tutti i membri della comunità. Mitoho è una piccola grotta sotterranea, si scende solo una quarantina di scalini scoscesi scavati nella terra e sassi e improvvisamente appare un laghetto sotto una cupola naturale di granito rivestito di muschio che dona all'acqua un bel colore verde smeraldo. La leggenda dice che qui vivono altri individui invisibili che fanno visita ai viventi periodicamente. Per non risvegliarne alcuno noi siamo scesi molto lentamente e silenziosamente fino all'interno della grotta e siamo arrivati in fondo dove c'è una spiaggetta. Si può toccare l'acqua sacra che è sempre pronta per la cerimonia. In quell'acqua immobile vive un pescetto cieco perché non deve vedere lo Spirito che è invisibile anche agli umani ma visibile agli altri animali.
Il percorso a piedi nel parco è lungo circa 4 kilometri, si snoda su un corridoio largo un paio di metri tutto delimitato da grossi sassi per evitare che i visitatori vadano a finire in mezzo a rovi o su tratti di terreno molto scosceso e pericoloso. All'improvviso siamo arrivati di fronte ad un'architettura senza tetto con centinaia di colonne che tagliavano il sole a fette verticali. Eravamo abbagliati dal loro chiarore e, anche se molto vicine, era possibile entrare in quel dedalo alto circa tre metri.

E' il Banion, un enorme ficus macrophilla dai cui rami, tutti orizzontali, discendono radici aeree che toccando terra si trasformano in pseudo-tronchi che a loro volta producono rami e ancora radici aeree. Un immenso labirinto di colonne dove ci si potrebbe perdere in una notte senza luna. Appartiene alle necat-plantas, ficus strangolatore e assassino perché nella sua continua espansione ingloba tutto ciò che incontra. Questo è cresciuto ai bordi di un bacino d'acqua naturale profondo 26 metri dal livello di calpestio del parco e si vedono le radici aeree che scendono per 26 metri per raggiungere l'acqua e continuano per altri 40 metri per arrivare al fondo del laghetto. Qui vengono speleologi a fare immersioni e studiare le caratteristiche di questa cavità.

Ci sarebbe altro da ricordare e raccontare su Anakao ma mi fermo qui anche perché dovrei mettere mano agli appunti sulle prime tre settimane del viaggio.
Il territorio che abbiamo visitato di quest'immensa isola si è rivelato una sorpresa continua dall'inizio alla fine della nostra permanenza. Le pubblicazioni che avevo consultato e i commenti trovati sul web non mi hanno fatto immaginare un paese così ricco di spunti, diversità, curiosità umane e ambientali uniche e rare che vanno oltre all'endemismo della fauna e della flora caratteristici di questa che è la quarta isola più grande conosciuta.
Siamo andati nei mesi di marzo e aprile 2018, il periodo giusto per le zone che abbiamo visitato. L'isola si trova nell'emisfero australe pertanto le stagioni sono invertite rispetto alle nostre. Considerare solo questo non basta perché ci sono variabili meteorologiche tra la costa orientale che subisce l'influenza monsonica dell'oceano indiano e la costa occidentale sul canale del Mozambico che negli stessi periodi dell'anno ha diversità climatiche perfino tra nord e sud.
E' stata un'avventura memorabile ed è stato bello averla condivisa con Emanuela che si è rivelata anche una coraggiosa, infaticabile e ideale compagna di viaggio. Torneremo in Madagascar per scoprire il nord e il sud-est che riservano, di sicuro, altre meravigliose sorprese.

Ultimo aggiornamento
16:13 15/11/2019
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